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Michela Murgia: non chiamatela maternità surrogata, c'è nella Bibbia

Di Giovanni Coviello (Direttore responsabile VicenzaPiù) Lunedi 29 Febbraio 2016 alle 01:24 | 4 commenti

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Vi offriamo un contributo alla riflessione sulla Surrogacy, o meglio dire, per capire, sul più prosaico "utero in affitto", uno dei passi perchè una coppia eterosessuale o omosessuale che sia abbia un figlio che non può generare naturalmente. È la parte finale di uno scritto di Michela Murgia ripreso da L'Espresso, che fa riferimento a casi citati nella Bibbia. Non per trarne la conseguenza che l'adozione del figlio o della figlia del compagno o della compagna sia lecita eticamente, ma per non ignorare che se ne parla forse dalla creazione dell'uomo stesso. Per aprire il dibattito linkiamo anche una delle obiezioni a questo tipo di citazioni dal titolo "Il vizietto poco laico di citare (a sproposito) la Bibbia per giustificare l’utero in affitto".

Ecco, quindi, l'estratto dell'articolo su L'Espresso (qui la versione integrale da cui è tratto)

Veni Locator Spiritus. Considerazioni da cristiana a margine della surrogata concezione.

Di Michela Murgia

La gestazione per altri mi pone questioni molto meno problematiche di quanto non siano quelle che mi pone l'aborto. La GPA è infatti orientata alla generazione di una vita, non alla sua soppressione, e anche solo per questo andrebbe valutata con parametri diversi. La Bibbia racconta alcuni casi eclatanti di gestazione per altri, perché il patriarcato veterotestamentario vi ricorre più volte.

La prima è proprio il caso di Abramo, la cui moglie Sarai gli dà la sua schiava Agar perché si unisca a lui e generi un figlio che ella considererà proprio: «Ecco, il Signore mi ha impedito di aver prole; unisciti alla mia schiava: forse da lei potrò avere figli» (Gen 16). Agar genererà Ismaele, ma poi da Sarai arriverà Isacco, il figlio della promessa, e allora entrambi, madre e figlio della carne, saranno scacciati per far posto al bambino della padrona.

Altro caso clamoroso e analogo è quello di Giacobbe, sposato con le due sorelle Rachele e Lia, ciascuna delle quali pone rimedio ai propri ritardi nel concepimento offrendo al marito le proprie schiave Zilpa e Bila. «Ecco la mia serva Bila» - dice Rachele a Giacobbe dopo l'ennesimo parto della sorella rivale - «unisciti a lei, così che partorisca sulle mie ginocchia e abbia anch'io una mia prole per mezzo di lei» (Gen. 30). Sono parole impressionanti, tanto più che non sono un caso isolato: dei capostipiti delle dodici tribù di Israele che sono stati generati da Giacobbe, ben quattro - Dan, Neftali, Gad e Ascer - sono figli di queste gravidanze per procura e della volontà ferrea di donne che non si sono rassegnate alla propria sterilità. L'analisi del contesto non può però prescindere dalla struttura sociale in cui queste azioni di trasferimento sono state praticate: nel mondo tribale veterotestamentario una donna senza figli era una donna priva di valore sociale, insignificante per il marito, a costante rischio di ripudio e oggetto di sberleffo per le altre donne. La sterilità era una morte civile, una maledizione e allo stesso tempo una vergogna, e a essa corrispondeva l'azzeramento di tutti i diritti. Questa considerazione non può non suscitare la domanda: cosa significa oggi essere sterili o impossibilitate a condurre una gestazione? Per una donna del 2015 può voler dire la stessa cosa che potevano intendere donne come Sarai, Lia e Rachele? È ancora il nostro ruolo sociale così condizionato dalla maternità da spingerci a surrogare la gravidanza per soddisfare il desiderio di un figlio?

L'altra questione è di classe ed è ineludibile: Sarai, Rachele e Lia sono le padrone tanto quanto Agar, Bila e Zilpa sono le loro schiave: è solo in forza di questo che la gravidanza per procura è resa possibile. I figli delle tre gestanti possono essere considerati delle loro padrone perché esse stesse sono una proprietà delle padrone, cose possedute al pari degli armenti e delle suppellettili di casa. Il rapporto è gerarchico, fuori da qualunque reciprocità, e la ribellione della donna sottoposta - perché a un certo punto Agar si rivolta contro Sarai, forte del bambino che ha dato ad Abramo - si rivela fatale per lei stessa, condannandola al deserto e, senza l'intervento di Dio, certamente alla morte. Il ricorso alla surrogazione nella Bibbia ha sempre come premessa la subordinazione della donna gestante. Chi volesse quindi appoggiarsi al testo sacro per giustificarla si incarterebbe nelle sue stesse contraddizioni: non c'è niente in quelle pagine che delinei la surrogazione come atto gradito al Signore.

Tuttavia qualche interesse per l'oggi in quegli episodi c'è: nella società tribale e primitiva della Bibbia è presente un separazione netta tra il diritto di chi compie l'atto generativo e quello di chi rivendicherà l'appartenenza del concepito. È la volontà, non il ventre o il seme, che determina l'identità filiale. È un principio che appare molto più chiaro nella legge del levirato, che consentiva alle donne rimaste vedove senza figli di rivendicare l'unione con un congiunto del marito morto per ottenere quello che in natura è assurdo: generare al defunto un figlio postumo. È una legge millenaria che si fonda evidentemente sull'assolutismo della continuità del sangue, ma è interessante vedere come nella Bibbia questa legge venga fatta rispettare da Tamar, la giovane nuora di Giuda che, rimasta vedova e senza figli, finisce per prostituirsi al suocero con l'inganno per dare un figlio al marito morto e a sé stessa. I due gemelli Zerach e Perez vengono di fatto generati attraverso una paternità surrogata, una fecondazione eterologa ottenuta contro la volontà stessa del donatore, il quale però, una volta scoperto l'inganno, riconoscerà che quella donna è stata più giusta di lui davanti alla legge. Per capire il peso di questo episodio non è inutile ricordare che uno dei figli "rubati" da Tamar a suo suocero Giuda si trova nella genealogia di Cristo.


Però anche questa notazione non risolve la domanda fondamentale: è lecito ricercare la vita a ogni costo? Se esiste un limite, qual è? Per la dottrina cattolica i paletti sono chiari: da coppia eterosessuale coniugata ci si può spingere fino alla fecondazione omologa con seme ottenuto in modo accettabile alla salvaguardia del fine unitivo, senza ovuli fecondati in eccesso e nel proprio stesso utero. Occorre quindi essere eterosessuali, coniugati, fertili entrambi, senza malattie gravi trasmissibili e in grado di portare avanti la gestazione. Non è poco. Se uno di questi requisiti è assente, l'alternativa è la rassegnazione alla volontà di Dio o l'adozione, con le regole italiane e internazionali che ben conosciamo. Molti a una visione così categorica non si rassegnano. Il desiderio di una vita è troppo più forte di una dottrina e davanti alla prospettiva di morire sterili molte di noi tornano ad essere Sarai, Rachele, Lia e Tamar. E' difficile dar loro torto, quando è stato proprio il cattolicesimo ad aver posto la maternità come supremo marcatore della femminilità compiuta.


La discriminante in un ragionamento da credenti non può dunque essere "quanto voglio il figlio", che è un desiderio legittimo sia sul piano emotivo che sul piano simbolico, ma "quanto sono disposta a usare il corpo di un'altra per ottenerlo". Che lei me lo conceda è relativo: il bisogno economico potrebbe spingerla a farsi mia schiava come Bila lo fu di Rachele e in questo non c'è autodeterminazione. La mia a prezzo della sua... è accettabile? Ed è autodeterminazione il pensiero che mi impedisce di percepirmi pienamente donna se non divento anche madre? Non lo so, perché questa spinta a riprodurmi non l'ho mai avvertita dentro di me al punto da considerare un'ipotesi del genere. So però che davanti al desiderio di un'amica, di una sorella del cuore, quello che non ho chiesto mai a un'altra per me stessa, lo farei io liberamente per lei. E non vorrei che esistesse una legge che mi dicesse che non posso farlo.


Commenti

Inviato Lunedi 29 Febbraio 2016 alle 07:13

Prima considerazione:Molto spesso oggi si parla di diritti, ma anche sopesso ogni diritto è più un capriccio della volontà che non una seria prosperttiva giuridica.
Seconda considerazione: la politica non va confusa con l'emanazione di leggi, eprchè essa di occupa del bene comune, mnomn di quello dei gruppi e dei singoli, tanto che: non quello che IO voglio deve essere legge.
Terza considerazione la sinistra italiana è ormai allo sfascio ossia non ha nessuna prospettiva autenticamente politica per la società italiana se non quella di inseguire qualsiasi voto pur di avere del potere e, alla veneta, schei Vedi l'Arci gay o l'Arci caccia
Inviato Lunedi 29 Febbraio 2016 alle 11:57

Infatti, Abramo e Giacobbe erano "eterosessuali" e non gay.
Altra cosa,"Surrogacy, utero in affitto, maternità surrogata", che permettono di diventare genitore anche a chi non riesce a portare a termine una gravidanza, grazie ad una donna che accetta di affrontare gestazione e parto per ALTRI.
Dopo la fecondazione "in vitro" dell'ovulo, l'embrione viene "impiantato" nell'utero della portatrice.........
Inviato Lunedi 29 Febbraio 2016 alle 12:32

Sarà perché sono Over 70, ma certe "evoluzioni" non le capisco, forse mi è sfuggito qualcosa nella lettura delle lezioni di psicometria (una misura). Se questa è modernità, ve la potete tenere. Nessuna intervento su quello che è o può essere MORALE, ETICO e i comportamenti degli individui che vivono per la cosa Comune. Il sinistrorso Vendola va in Canada con il moroso e si porta a casa un neonato una PERSONA, da non credere. Il diritto d'acquisto è esaudito! Fin qui non ci piove, ho espresso il mio pensiero Laico, senza far intervenire Dio, Giacobbe o la Madonna Pellegrina. C'era bisogno di bloccare una Nazione per esaudire il desiderio di "maternità" dell'onorevole Vendola e pochi altri ? Mala tempora currunt.
Inviato Martedi 1 Marzo 2016 alle 00:26

Per pura informazione i dati ufficiali affermano che a usare l'utero in affitto sono per il 97% coppie eterosessuali impossibilitate ad avere figli. Questo non vuol dire che sia etico, ma non è corretto, e etico, associare l'utero una affitto a coppie omosessuali.
Il direttore
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