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Autonomia o... Cassa per il Mezzogiorno per il Veneto?

Di Rassegna Stampa Giovedi 26 Maggio 2016 alle 01:11 | 0 commenti

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Luca Zaia ha un bel dire che il 2016 sarà per il Veneto l'anno dell'autonomia. Certo, sarebbe facile rispondere che vinceranno i “sì”, per la semplice ragione che chiedere ad una persona se preferisce farsi prelevare 100 euro di tasca, o tenerseli, è domanda che ha una risposta scontata. E forse anche perché a Renzi potrebbe far comodo che in Veneto il referendum per l'autonomia si faccia, per poter poi andare da Frau Merkel chiedendole di allentare i cordoni della borsa per evitare l'ascesa dei movimenti estremistici. 

Ma, tralasciando illazioni e congetture più o meno fantasiose, se vogliamo parlare di cose serie, dobbiamo cominciare a porci degli interrogativi su una linea - quella appunto filo autonomistica - che rischia di portarci in una situazione ancora peggiore di quella in cui il Veneto già si trova.
Possibile, vi chiederete? Il Veneto 'produttivo' non trarrebbe vantaggio dall'autonomia?
La risposta è si, non ne trarrebbe vantaggio. E questo semplicemente perché il Veneto che percorre l'immaginario collettivo, quello ricco, produttivo ed efficiente, non esiste più. 
Lo raccontano molti fatti accaduti in questi ultimi anni, ma anche un interessante articolo pubblicato su noisefromamerika. Secondo questa lettura i mitici 20 miliardi di residuo fiscale che il Veneto verserebbe a Roma, si riferiscono agli anni d'oro, quelli del Veneto ricco per intenderci. Con una popolazione che invecchia e si riduce, il residuo fiscale in questi anni si è già assai ridotto. E tenderà a diminuire già nel corso dei prossimi anni. Basti pensare - dice lo studio -  al fatto che le pensioni, pagate dall'Inps, stanno aumentando vorticosamente mentre la base produttiva si riduce.
Nel corso dei prossimi anni rischia di verificarsi una reazione a catena. Aziende che dopo la fine delle popolari venete avranno bilanci appesantiti da minusvalenze e necessità di nuove garanzie per sostenere l’indebitamento.  Un effetto domino che si scatenerà sui loro fornitori, che impatterà sui valori immobiliari che, seppur già vedono quotazioni in discesa, non sono ancora ai loro reali valori di mercato.  Perdere, solo di valori azionari, circa 10 miliardi (evitando di mettere nel novero delle disgrazie finanziarie anche le bcc) nell'arco di pochi mesi,  produrrà una inevitabile diminuzione del pil della regione, perdite occupazionali e contrazione dei consumi.
Se questo è lo tsunami in arrivo nei prossimi anni, il Veneto avrà bisogno più di aiuti che di autonomia. Potrebbe servire cioè una sorta cioè di quella tanto vituperata Cassa del Mezzogiorno che lo aiuti a tenere in piedi un sistema industriale che da segni di cedimento strutturale. Un fenomeno, quello della desertificazione industriale, per il quale non basteranno qualche centinaio di imprese internazionalizzate ed efficienti. Perché il popolo delle imprese venete, piccole, dinamiche rischia di sparire. E con esso competenze, opportunità di lavoro, futuro per un territorio che ai suoi giovani sta offrendo, in tanti casi, un biglietto aereo per andarsene altrove.
Il problema principale sarà allora quello di fare in modo che, quel tessuto industriale internazionalizzato e dinamico sappia creare occupazione. E sappia trovare un territorio capace di strutturarsi in modo da sostenere i campioni rimasti nella competizione globale. Il che significa, per fare un solo esempio, agganciare il Veneto all'Alta Velocità in modo da metterlo in rete con l'hub lombardo e con la rete aeroportuale. Tradotto in soldoni significa cercare finanziamenti nazionali ingenti per realizzarla.
Non sono ragionamenti che riguardano il futuro. Già oggi siamo costretti ad andare a mendicare in giro quattrini. Basti pensare agli interventi a salvataggio delle banche popolari, da cui tutti, politici e imprenditori, oggi prendono le distanze, ma che tutti (salvo rari e coraggiosi bastian contrario) frequentavano con assiduità lodando a piè sospinto i vertici. A Vicenza, per salvarla, è intervenuto il fondo Atlante. A Montebelluna con ogni probabilità accadrà la stessa cosa. Forse, se reggerà il peso, Atlante dovrà intervenire anche a Verona. In questi giorni, addirittura, si invocano aiuti anche per gli azionisti. Altro che il Veneto ai Veneti, qui siamo agli interventi di emergenza provenienti dai 'foresti', per salvare il Veneto.
Ragionamento da centralisti o carico di pregiudizi nei confronti del Governatore e dell'intero arco costituzionale che sarà costretto a sorreggerlo per evitare di essere sconfitto catastroficamente? Crediamo di no. Noi stessi, nati a pane e federalismo all'ombra di Giorgio Lago, cresciuti nel mito che un sistema che decentrava poteri e risorse fosse assai più efficiente del centralismo romano, dopo aver visto come il "virtuoso" Veneto ha gestito le sue risorse in questi anni (dalle banche alle fiere, dai centri di ricerca al turismo - solo per citare alcuni esempi), cominciamo a pensare che oggi converrebbe stare dentro a un processo riformatore nazionale, e spingere affinché sia l'intero Paese a salvarsi. Salvando anche noi stessi.

di Giorgia Golo, da VeneziePost

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